Quel giorno che scesi dall'auto notai lentamente come tutto stesse cambiando.
Il mio viso non era più il mio viso,
i miei passi non erano più i miei passi,
ma ero in un corpo, ad osservare il tutto,
ed a vivere,
il tutto.
Dal sorriso che nasceva da un pensiero, da una frase divertente, simpatica, al dolore che procedeva lungo la gola e si aggrappava allo stomaco dondolando in pancia.
Ero donna ed osservavo il nudo corpo ad uno spettatore allo specchio: me stessa.
In qualche momento della giornata, sentivo l'assenza della paura,
della paura della morte ed ero pronta a qualsiasi evento, perchè una presenza maggiore, al di là del tempo e della ragione, era viva e vigile dentro a questo corpo.
Poi ogni tanto succedeva, che tornavo ad una realtà troppo stretta, ma me ne accorgevo subito, perché quando giudicavo ecco che dicevo a me stessa: "ecco, giudico senza sapere realmente come stanno le cose."
Perciò mi accorsi di camminare sopra a questo filo: tra osservazione e illusione.
Non si può tornare indietro quando ti accorgi di non essere ciò che hai costruito e specialmente quando impari ad osservare il tutto sin dal risveglio al sonno.
La sofferenza è troppo vera quando osservandola si fanno dei piccoli passi, immergendo poi i piedi: ti lacera dentro se rimani per troppo tempo in essa. Ma se dopo aver immerso i piedi, prosegui il cammino, ti rendi conto di esserne fuori e allo stesso tempo dentro, perché non puoi fingere che ti sia essa tutta attorno come tutti gli altri sentimenti. Appesi a muri invisibili, ovunque tu poggia le mani, sorgono emozioni.
La vita.
Come vivere dentro ad un quadro, in cui tutto muta, sempre.
Finchè ne rimani spettatore, muterà anche questo.
Poi non so dire, con esattezza cosa successe.
Molti giorni a venire, d'improvviso mi accorsi di un'altra inquietudine, affacciarsi a questa visione.
Anche lì, osservai ma con una certa sofferenza, sepolta sotto la pelle del petto, sopra il seno, come se si fosse formata una spugna, incastonata bene.
Ed ecco che in un pomeriggio di autunno, al settimo giorno di inizio ottobre,
Lo avvertii allo stomaco, come farfalle, no, peggio. La testa si svuotò di botto, il tutto aveva perso consistenza, persino la realtà, gli oggetti, le forme, le figure, le sentivo lontane. Ed ecco la morsa scendere fra le viscere e poi come un treno partire in petto, un cortocircuito fra i pensieri e la paura presentarsi in ogni parte di quel corpo che stavo imparando ad osservare.
Sto male.
Respiro, "Prendi respiro" mi dico, ma persino la voce che credevo esser la mia voce si fa lontana e non la comprendo.
Respiro e mi fa paura anche essa.
"Dio aiutami" ma anche questa forma, chi è essenzialmente? E poi, ha forma?
No, mi alzo, in piedi, vado da Lui, chiedo aiuto. Aspettiamo, lentamente colgo di nuovo la realtà, ma qualcosa rimane a far confusione in me. A tratti risento la morsa.
Ripenso ai suggerimenti ricevuti a primavera ma non riesco a formulare pensieri consistenti, come se le parole a tratti svanissero e balzassero d'improvviso fuori dal campo razionale. Torna la paura, ma chi è essa, che cosa vuole e perché?
Non riesco ad osservare come prima, c'è qualcosa che non va, rimango ancora confusa e non capisco di cosa ho paura.
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Autore: Docean Drop

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