martedì 6 dicembre 2016

Angeli Perduti_ 1° [Racconti]

ANGELI PERDUTI

episodio 1

*°*


Intro: Angeli Perduti è una raccolta di storie vero simili, un volume di storie di vita che si mescolano, si perdono e poi si ritrovano, dando al tempo stesso risposte ai nostri cuori. Il lettore si sentirà presente in ogni storia, perchè non c'è nulla di nuovo o di inventato che non possa rispecchiare la vita quotidiana di ciascuno di noi. 

Trama dei Personaggi


~

episodio 1



I raggi del sole penetravano gli spazi vuoti della serranda, mi alzai per aprirla ma di fronte non vidi il balcone, ma un'altra stanza. Spaziosa e colma di pennelli sparsi sul pavimento, in fondo vi era lei girata di spalle impegnata come sempre a rappresentare ambienti impressi nella sua memoria. Sorridevo perchè lei era lì, con i suoi biondi capelli a coprirle la schiena, con indosso uno dei suoi abiti lunghi, questa volta verde.
Mi avvicinai colmo di gioia, chiedendole che cosa stesse disegnando, le presi una ciocca fra le dita.
Il suo viso era rigato dalle lacrime e con aria sofferente mi guardò negli occhi. Rimasi perplesso e senza ricevere risposta lei ritornò con il pennello alla tela.
Il dipinto era a tinte scure, tendenzialmente al grigio e rappresentava una grande Ombra nera, quasi surreale, la stanza stessa si immerse nel dipinto, cercai di uscirne, ero spaventato da quella forma che tutto inghiottì.

Mi svegliai di soprassalto, sentii la bocca impastata ed avevo la vista ofuscata. Allungai il braccio verso il comodino in cerca di una bottiglia d'acqua.
"Fanculo.." dissi a me stesso.
Di fianco un corpo emise strani mugolii.
La sera prima dovevo aver rimorchiata qualcuna che aveva avuto la stessa idea di divertirsi, ma cosa voleva dire divertirsi?
"Che domande del cazzo.." continuai a dire incurante d'esser ascoltato.
In penombra cercai i boxer, ma non trovandoli me ne andai in bagno come mamma mi aveva fatto. Mi guardai di sfuggita allo specchio, la solita barba incolta ma che faceva tanto figo, cercai gli occhiali ed aprii l'anta della specchiera in cerca di qualche antidolorifico per la testa. 
"Ci sarebbe bisogno di un'altra canna per dimenticare questa merda.." questa volta pensai in silenzio.
In quel momento sentii la suoneria del mio smartphone, andai a vedere ed era mia madre.
Ma che giorno è oggi? Cazzo, è venerdì.
E come ogni venerdì mia madre viene a casa a controllare se sono vivo ed in che condizioni è questa tana.

Smossi la donna sul letto, scuotendola per una gamba e mentre questa mugolava ancora come una gatta risposi a mia madre:
"Che c'è?" le chiesi subito.
"No, dico Giulio, sono le 11:30 del mattino..a che ora devo chiamare per sapere se sei fra i vivi o fra i morti?" rispose lei turbata.
"Che c'è?" chiesi di nuovo.
"Stai bene? Vengo a fare le pulizie dopo pranzo, ti devo portare la spesa?"
"Non sono mica un disabile! Me la cavo da solo!"
"Alle 15:30 sono lì, non voglio vedere femmine in giro!" rispose lei chiudendo quasi subito la chiamata.
Buttai lo smartphone sulle lenzuola.
"Su ciccetta, svegliati!" rincalzai alla donna che non voleva dare segni più concreti di vita.

Alle 13:00 in punto ero fuori dal mio appartamento, in cerca delle mie sigarette fra le tasche. Avevo bisogno di togliere quel maledetto mal di testa, ed in quei casi solo una passeggiata lungo lago mi avrebbe salvato da qualche pippone mentale che avrebbe di sicuro solo peggiorato le cose.
Eh sì, perchè peggio di così..
Era uno di quei giorni in cui l'essere incazzato faceva ormai parte della mia esistenza. Incazzato ed impaziente persino con il tabaccaio impegnato ad accontentare una vecchietta nella scelta di pacchi e pacchetti per le nipoti.
Un amico mi aveva consigliato di iscrivermi ad un corso di kick boxing, 
una cazzata tira l'altra, che mi può cambiare?
Il problema era che dopo il lavoro non avevo voglia di fare alcunchè, figuriamoci di dare pugni ad un sacco o ad un altro che aveva solo voglia di spaccare qualche culo.
Il fumo era diventato il mio compagno quotidiano, spesso associavo il tutto a qualche tocco di Marijuana, e la giornata scorreva senza troppi impicci per la testa, mi sentivo brevemente leggero in tutta quella pesantezza che mi portavo addosso; non vedevo altre vie di salvezza.
Dopo la morte di Fabiola, il solo pensiero del perchè e del per come mi stava conducendo al baratro, non riuscivo proprio a capire e la rabbia prese spazio fra le ossa.
Solo questo potevo ammettere a me stesso.

Durante il lavoro ero ammirato da tutti, troppi complimenti per mischiare ingredienti alcolici con qualche piroetta forense, a mio parere nessuno avrebbe mai compreso cosa si celava dietro quel mio sguardo ruffiano ed accattivante, specialmente con qualche ragazza che non vedeva l'ora di essere scrutata a dovere sotto le vesti. Altro che alcolici, qua si trattava di dimenticare l'inferno che avevo dentro, la mia incapacità di accettare che Fabiola non c'era più e non c'era più perchè io ero stato un vigliacco, un debole, dietro alla ragione nascondevo la mia paura di divenire un giorno padre e di scegliere se mettere da parte viaggi ed amici per starmene a casa con compagna e pargolo.
Che pezzo di merda.. D'altronde lo leggevo negli occhi dei genitori di Fabiola, che al suo funerale non mi degnarono nemmeno di uno sguardo, giustamente eh! Chissà Fabiola se aveva detto qualche parola con suo padre sulle nostre crisi, anzi sulle mie crisi..perchè Fabiola era coraggiosa, Fabiola desiderava con tutta se stessa di vivere con me, nonostante fossi un..

"Signore, è suo quel cane?" d'improvviso una voce infantile intervenì fra le compulsioni mentali.
Un cane nero di taglia media a due metri da me, stava rosicchiando un pelouche bianco.
"No" le risposi quasi scocciato.
"Mi può aiutare a riprenderlo? è di mia sorella, lo ha perso qualche giorno fa.." rispose lei timidamente ma guardandomi negli occhi.
Sbuffai buttando a terra la cicca, osservai il cane che non mi sembrava affatto intento a lasciare la preda. Mi avvicinai comunque senza pensarci troppo e non appena allungai la mano, esso mi ringhiò nervoso.
Gli diedi perciò un calcio e questo cadendo a terra si attaccò al piede, la bambina cominciò ad urlare ed io a quel punto diedi un pugno ed un altro calcio al cane, con tutta la rabbia che avevo, e solo a quel punto la bestiola emise un guaito e se ne andò correndo nella direzione opposta.
"Ok a posto.." dissi prendendo il pelouche sbavato e macchiato di fango.
"Che schifo!" gridò la bambina con disgusto
"ma lei è un mostro!"
Lo strappò dalle mie mani e prese a correre spaventata.

Rimasi apparentemente sorpreso, ma in realtà sapevo che lo ero; sì, un mostro. Ma non avevo modo di sapere altro di me stesso, non sapevo come fare per riporre rimedio a questo inferno, potevo solo che continuare a scivolare e scivolare, finchè dio non avesse avuto l'intenzione di farla finita anche con me. Avrebbe di certo fatto la cosa migliore, perchè con Fabiola invece si era sbagliato.

*°*°*°*


"Mamma, sei ancora in linea?" chiese Carolina Maria Gonzales mentre stringeva fra le mani la cornetta del telefono.
"Sì.." rispose singhiozzando la voce "Tuo padre sta uscendo, fai presto!"
"Sto arrivando!" ma l'affermazione di Carolina non raggiunse la cornetta di sua madre che interruppe immediatamente la chiamata.
La ragazza ripose il telefono al suo posto, fece un lungo sospiro e tornò al laboratorio salutando come se niente fosse le sue colleghe tranne una: Clara Lupa Losdia, amica d'infanzia.
Clara le si accostò sussurando: 
"Allora sei pronta? Sei sicura di farcela?"
"Devo farcela, non ho altra scelta, se rimango qui sarà la fine anche per me.."
"Carolina.."
"E non appena sarò in Italia, non appena avrò accumulato qualche soldo, farò venire lì anche mia madre!" disse con irruenza la ragazza.
"Se tuo padre non l'ammazza prima..." aggiunse con sgomento l'amica.
In Colombia non si conoscono i mezzi termini, specialmente se la vita vale quanto la classe sociale che si occupa; questo le due giovani lo sanno bene, sulle loro pelli non hanno altro che scritto le regole per la sopravvivenza.
"Buona fortuna Carolina, che Dio ti protegga, sarai sempre nelle mie preghiere!" disse Clara abbracciando l'amica.
Tornando a casa dal lavoro, la ragazza sale subito le scale del condominio e trafugando le chiavi di casa con mano tremolante, capisce quanto la situazione la stia mettendo con le spalle al muro, i suoi occhi si fanno lucidi, ma nel suo cuore sa che ancora non è il momento di lasciarsi andare nel pianto, semplicemente perchè non può farlo.
Ha paura di non riuscire a salutare sua madre se si presentasse già con le lacrime agli occhi; prende perciò altri lunghi sospiri e non appena si presenta davanti al portone, sua madre è lì che lo apre di tutta fretta facendo entrare sua figlia, avvolte entrambe in un silenzio sommenso, colmo di timore ed allo stesso tempo di speranza.

Lo zaino ed il troller sono pronti di fronte al salotto mentre sua madre le porge un sacchetto.
"Questi sono i soldi con i quali i tuoi zii paterni volevano far studiare tua sorella.."
"Oh mamma, non farlo, ti prego, tienili per te.. non si sa mai quello che.."
"No Carolina, servono più a te che a me in questo momento, sei tu che hai bisogno, ti prego, non perderli"
Le due donne si abbracciarono a lungo, entrambi così forti e così fragili dentro, nessuna lacrima poteva scorrere da quegli occhi neri.
"Mi raccomando, questa sera prima di partire, chiamami alle 23:00, io sarò qui vicino al telefono."
"Sì, mamma.."
La ragazza indossa lo zaino e prende il troller fra le mani.
"E non solo al telefono, anche alla tua vita.." continua sua madre dicendo mentre le accarezza il viso.
Entrambe si stringono in ultimo abbraccio che sembra durare per l'eternità. Carolina respira a pieni polmoni l'odore di sua madre, stringendo fra le dita la sua vestaglia.
"Se le cose si mettono male, scappa mamma, promettimelo"
"Non ti preoccupare ora, vai, sbrigati!" incita sua madre togliendosi dall'abbraccio ed accompagnando Carolina alla porta, la quale per un ultima volta si volta a guardare il viso di sua madre, che coperto dalle rughe e da quei lividi non ancora guariti, non hanno cancellato la sua bellezza.

°*°*°*




Autore: Docean Drop

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